Ho smesso di essere un libero professionista da un anno e mezzo ormai, ma ancora non mi sono scrollato di dosso quel sottile senso di colpa che mi colpisce durante i week-end di nullafacenza.
Come se quelle ore di sonno in più, o le letture sul divano, le passeggiatine stanche per il centro rubassero tempo a impegni più necessari e molto più seri.
Ancora oggi prendere atto di avere
ben due interi giorni liberi dopo
appena cinque di lavoro mi pare un lusso sfrenato e una fortuna immensa.
Per certi versi cerco di convincermi che no, ora posso permettermi questo stacco – e anzi devo permettermelo - ma il disagio rimane e sotto sotto sono contento di non aver assimilato del tutto questo nuovo vizio.
So che mi sarà utile e forse anche molto presto.
Così, mi trovo nella strana condizione di dover schedulare anche gli impegni del tempo libero.
Quelli costruttivi (scrivere, studiare, pensare) e quelli ricreativi (fare un giro, passare in libreria, telefonare agli amici).
Sabato: dormire, andare alla posta, leggere, dormire, scrivere, shopping, sushi, scrivere.
Oggi invece appuntamento con granita alla mandorla, attesa da mesi causa stagioni fredde.
L’ho presa e me la sono gustata lentamente, in un percorso calcolato per durare il tanto giusto fino in libreria.
Per strada, ho realizzato che però tutto sommato, la mandorla non mi piace troppo: l’ho attesa così a lungo e la prendo spesso solo per l’effetto che mi procura, indiretto alle papille gustative.
Quel sapore è come un frullato di ricordi. Un concentrato di sapori e immagini vecchie quanto (e più) di me.
Come mangiare un succo di amaretti, gueffus, pabassinas, mani di zie e nonne, frasi e profumi. Ancora più buono e inebriante perché laterale e non immediato.
Rivedo questo impegno gustativo, annotato nell’agenda della mia testa e mi dico che certo, la parte più bella è sempre quella nascosta, meno immediata, e ho fatto proprio bene a non abituarmi al lusso – questo sì - della nullafacenza. In effetti avere giorni liberi dall'impegno ufficiale non significa che siano improduttivi: quando mai l'ho pensato?
Nel passato recente, personale e ufficiale, lavoro a o b, ispirazione e attuazione non erano che vaghe parole, tutto si fondeva in un continuo unico e nel giro di minuti passavo da uno stato all'altro, natale, capodanno o lunedì che fosse. Tutto era il lato-b di qualcos'altro. Col tempo ho fatto delle scelte e le scelte, per definizione, sono esclusive: i gusti si sono definiti e diversificati, così come i tempi del lavoro e del non-lavoro
Concludo questa nottata con un caffè, inaugurando una settimana nei prosupposti totalmente anonima (nessun viaggio in vista, nessuna riunione particolare, nessun …niente) sempre col proposito di
ricostruire tutto dalla parola e con l'intento, questa volta, di rimescolare i sapori e gli spazi e trovare il lato-b giusto per ogni cosa.